– Editoriale –
Un dibattito sconnesso dalla realtà
Archiviato il Decreto Infrastrutture, ormai legge dello Stato, possiamo dire che, accanto al topolino partorito sulla nuova disciplina sui tempi di attesa al carico e sui tempi di pagamento (art. 4), abbiamo assistito all’ennesimo attacco alla diligenza – anche stavolta fallito -, da parte di una organizzazione molto ben “ammanicata”, tramite gli sherpa di turno, per farsi accreditare; inoltre, una confederazione imprenditoriale ha smentito la sua organizzazione dell’autotrasporto; infine, è stato istituito un non meglio precisato, quanto incensato, “cruscotto della logistica”.
Non torniamo sulla più che probabile inutilità dell’art. 4. Restiamo in attesa di qualche temerario, che – smentendoci – faccia uso dei nuovi “decisivi” strumenti. Con l’avvertenza che, se il cavallo non dovesse bere, qualcuno dovrebbe avere il coraggio di riconoscere che gli ha rifilato una brodaglia imbevibile.
Dl Infrastrutture a parte, si nota un certo attivismo intorno a temi di maggiore o minore interesse per la categoria, spesso certificati da “esperti”, indubbiamente in grado di vedere lontano (transizione ecologica, promozione dell’intermodalità, efficientamento della logistica, etc.), capaci di spaccare il capello, ma che sembrano non accorgersi della trave che hanno di fronte.
Lo dico per i non trasportatori: prima della transizione, prima dei valichi, prima dei fondi per l’intermodalità, la trave è rappresentata dalla difficoltà crescente e strutturale di far quadrare i conti di un’impresa di autotrasporto, se il fatturato proviene da camion e personale proprio. Nella gran parte dei casi, l’attività è in perdita. Questo è il vero nodo, che riguarda l’oggi – non tra 5 o 10 anni- e viene ben prima – in tutti i sensi – delle sfide sulla sostenibilità ambientale o quant’altro.
Che questo problema sia semplicemente negato dal main stream di casa nostra è abbastanza scontato. I padroni del vapore (a partire dai primi 11 miliardari della logistica: 19 miliardi di fatturato) hanno sguinzagliato, in questi anni, eserciti di esegeti del “libero mercato”, facendo credere, se non a tutti, ai più, che le cose possono essere gratis e, dunque, che il trasporto potrebbe non costare e che, comunque, deve costare il meno possibile e, nello stesso tempo, che deve assoggettarsi agli standard imposti dai nuovi “padroni”.
Questo è il brodo culturale che ha favorito un vero e proprio vassallaggio economico, che sta sprofondando – non da solo – l’autotrasporto al rango di una specie di nuovi “servi della gleba”.
Ma la cosa più stupefacente è l’ignavia di chi dovrebbe rappresentare l’autotrasporto che, di fronte a un simile scenario, la pensa esattamente come le sue controparti. E, dunque, preferisce parlare d’altro, magari, chiedendo, con cortese insistenza, soldi allo Stato.
Non si spiega altrimenti come mai, nessuno, a parte Assotir, abbia degnato di nota la recente approvazione della legge di delegazione europea 2024, tramite cui i Governo è delegato – e, dunque, obbligato – a recepire i nuovi criteri per l’esercizio dell’attività di trasportatore (vedi ns editoriale del 20 giungo u.s.).
Se aggiungiamo che il Governo aveva preferito far scadere la delega precedentemente ricevuta, per evitare di affrontare la questione e che, per essere di nuovo delegato, ci sono voluti altri 2 anni, tanto basta per dare l’idea della dimensione del conflitto di interessi tra chi vive sull’intermediazione e chi effettivamente esegue il trasporto con mezzi e personale proprio, entrambi, a tutt’oggi, rappresentati all’interno dell’autotrasporto.
Nel frattempo, la magistratura di Milano, a suon di indagini (ultima il 18 c.m.), continua a lanciare l’allarme su un sistema malato… E le associazioni, non meno della politica, le ritroviamo tranquillamente girate dall’altra parte.
Claudio Donati

