– Editoriale –

Prima delle risposte, conta quello che viene chiesto

Prima delle risposte, conta quello che viene chiesto

Roma, 17 Febbraio 2022

L’atteso incontro con la Viceministra Sen. Bellanova ha dato un esito insoddisfacente, come precisato anche nel comunicato UNATRAS al termine della riunione. Questo, da solo, dice chiaramente dell’attenzione della politica sul nostro mondo, ma anche sulle richieste avanzate, le nostre perplessità sono forti.

È da quattro mesi, esattamente dal 19 ottobre scorso, che stiamo richiamando l’attenzione di tutti sul caro-carburante. E già da allora avevamo indicato come strumento decisivo, utile anche per gestire una fase così delicata, l’immediata pubblicazione dei costi minimi per la sicurezza. Naturalmente, nel deserto assoluto. Adesso è un corri-corri per star dietro alle proteste che da molti territori salgono verso il Palazzo.

Chiaramente, chi può non essere d’accordo con i trasportatori che, sotto il peso di queste mazzate, sono sull’orlo della disperazione, tra fermare i camion o lavorare in perdita?

Ma, non possiamo cavarcela solo dando ragione a chi protesta. I comportamenti dei mesi scorsi chiamano le Associazioni alle loro responsabilità per non aver fatto quello che dovevano e, cioè, porre il tema delle regole, ad iniziare, appunto, dalla pubblicazione dei costi minimi di sicurezza. Temi colpevolmente omessi nel confronto con il Governo.

È solo a partire da questa analisi, che si può affrontare con la dovuta serietà il da farsi. Altrimenti, si resta nell’ambito delle chiacchiere, che sono destinate a non spostare di un centimetro la crisi del nostro settore; crisi che va ben al di là dell’emergenza-gasolio.

Se l’autotrasporto vuole tornare ad essere imprenditorialmente attrattivo, deve recuperare la dignità perduta. Deve tornare ad essere un servizio il cui valore, deve essere riconosciuto e pagato da chi lo utilizza.

Detto ciò, occorre recuperare il tempo perduto, chiedendo al Governo, tre cose, semplici ma essenziali:

1) l’immediata pubblicazione dei costi minimi (fermi a novembre 2020) e la loro adeguatezza alla complessità dell’autotrasporto italiano (settori merceologici, percorrenza chilometrica, costo orario, etc). E, insieme, ci vuole l’impegno del Governo per una legge che reintroduca l’obbligatorietà dei costi minimi di sicurezza;

2) l’immediato recepimento del Regolamento UE 1055/2020, che disciplina – e limita – la subvezione, intervenendo sull’intermediazione parassitaria;

3) l’emanazione di una norma che consenta l’effettivo rispetto dei tempi di pagamento, ponendo la responsabilità a carico del committente, che è il vero protagonista dei ritardi.

Tutte cose che, verificate con i trasportatori, potrebbero meritare anche un fermo nazionale.

I piazzali, in queste settimane, sono spesso la sede della rabbia e della frustrazione dei trasportatori, ed il rischio della protesta, alimentata dalla disperazione (che, in genere, non è una buona consigliera), è alto.

Penso che, da parte di tutti – ad iniziare dai trasportatori – si debba tenere la barra dritta. Il nostro servizio, così essenziale, deve essere decorosamente retribuito da chi questo servizio utilizza. No a scorciatoie assistenzialistiche, anche sul caro-gasolio. Se il gasolio aumenta a causa del costo dei mercati internazionali, noi non possiamo farci niente ed è logico che il trasporto sia più caro per i clienti. Non si può pensare che sia lo Stato a pagarci al posto dei clienti.

Dirò una cosa che forse non piacerà a tutti ma, in più di una delle assemblee svoltesi in questi giorni in giro per l’Italia, a soffiare sulla rabbia dei trasportatori, specie dei più piccoli, si sono visti anche intermediari (travestiti da primi vettori), a cui, suppongo, non è sembrato vero di poter dirottare la protesta verso lo Stato. Per chiedere che cosa? Un intervento a compensazione del maggior costo del gasolio.

E chi vieta anche ad agricoltori, pescatori o semplici cittadini di prendere la stessa strada? Con il risultato di pretendere che le tasse del pensionato (che magari non consuma né gasolio o né benzina) dovrebbero servire a finanziare i petrolieri.

Nessun imprenditore, degno di questo nome, può credere a questa soluzione.

Dal nostro punto di vista, dobbiamo avere la forza di trasformare questa crisi in un’occasione per riequilibrare il rapporto contrattuale con i nostri clienti/committenti perché, in questo momento, di trasporto c’è necessità, come non succedeva da decenni.

A titolo di esempio, proprio nel periodo che stiamo attraversando, quando il costo di un container è passato in poche settimane da 1.700 a 12 mila dollari, nessuno si è scandalizzato. I big del settore hanno deciso così, e così è stato. Il mercato, come si suol dire, si è adeguato. Senza chiamare in ballo lo Stato.

Noi non ci illudiamo di poter fare altrettanto, ma neanche che la differenza di prezzo del container (o del trasporto) sia lo Stato a pagarla. Lo Stato una cosa deve fare: dirci quanto costa il trasporto.

Claudio Donati

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