– Editoriale –

Coronavirus: idee confuse e troppo spettacolo

Coronavirus: idee confuse e troppo spettacolo

Roma, 5 marzo 2020

Se è difficile prevedere l’evoluzione del coronavirus, in Italia e nel mondo, si può affermare che, per quanto invasivo, difficilmente potrà superare la pandemia generata, in poche settimane, dai mezzi d’informazione e dai social, in termini di allarme sociale, di cui solo alla fine sapremo quanto giustificato.

Comincia ad essere evidente che, raffrontando le cifre sulla diffusione e gli effetti del virus sulla salute dei cittadini, c’è una certa sproporzione tra obiettivi e risultati, specialmente se si considerano gli effetti collaterali (economici, soprattutto).

Personalmente, non trovo convincente l’idea che la colpa sia solo del Governo, che pure non ne è certamente esente.

Ho provato a capire, bypassando televisione e internet, quello che sta succedendo nella realtà, parlando con alcuni nostri trasportatori che vivono nelle zone più esposte: Lombardia e Veneto. Ho trovato, dall’altra parte del telefono, diversamente dal cliché mediatico, gente consapevole, solida. Colpiti, ovviamente, da questa difficilissima situazione; ferme del tutto o in parte le loro aziende; quindi con grossi danni, per sè stessi e per i propri dipendenti. Tuttavia, mi ha sorpreso la compostezza, il senso del dovere con cui stanno affrontando questo stesso dramma.

Modi di fare che riportano alla mente la forza di una società che, in anni non lontani, ha affrontato, a schiena dritta, vicende tragiche come il terrorismo, o catastrofi naturali come il terremoto del Friuli o del Belice. Una società forte, solidale, di cui gli sbandamenti di oggi ci fanno ancora di più apprezzare quello che allora sembrò normale.

La nostra gente, insieme a molti altri, sta dimostrando la stessa forza e lo stesso coraggio.

A ben guardare, sono le persone che vivono del loro lavoro: una “grande bellezza”.

Che, però, non piace ai media né, tanto meno ai talk show, in quanto in contraddizione con la loro strategia comunicativa. Perché, è l’allarme, e non il senso civico, che fa salire gli ascolti.

Passa, infatti, per gli schermi l’idea di un’Italia da macchietta, cialtrona, sguaiatamente estrema, ed estremamente fragile allo stesso tempo, con dentro tutti i suoi figuranti: governo, politici, scienziati, luminari, opinionisti. Un balletto continuo e ripetitivo, quasi ventiquattr’ore su ventiquattro, che rafforza il detto per cui una bugia, ripetuta cento volte, diventa una mezza verità.

E, appunto, questa è l’idea che di noi ha il mondo, in questo momento. Che ciò costituisca un danno enorme, è altrettanto chiaro. Manca, invece, del tutto chi si assume la responsabilità del danno provocato dall’allarmismo pandemico.

È francamente triste vedere la Politica sdraiata supinamente sul ciarpame mediatico di un teatrino che lei stessa ha contribuito a creare.

In questo momento, il mantra è: occorrono più risorse, per evitare di sprofondare nella recessione economica. E tutti a spingere, maggioranza e opposizione: 5 miliardi; no 10; anzi, 20; meglio 50. E perché no 200? Non so alla fine quale sarà la cifra. Anche noi, insieme alle altre Associazioni, abbiamo sollecitato al Governo misure per l’emergenza dl nostro settore.

Ma è inaccettabile, proprio per la straordinarietà della situazione in cui ci troviamo, la rimozione della questione delle consistenti risorse, già da tempo nelle casse dello Stato (certamente più di 20 di miliardi di euro), inutilizzate perché non si riesce a spenderle, a causa di insondabili blocchi burocratici. Tra l’altro, se non si rimuovono questi ostacoli, le stesse nuove risorse eventualmente racimolate rischiano di restare – in buona parte – sulla carta, per l’incapacità dello Stato di spendere persino quello che ha in tasca.

Al contrario, bisogna rendere immediatamente spendibili questi soldi (e magari anche gli altri che si aggiungeranno): questa sarebbe la vera svolta. Oltre tutto, non si partirebbe da zero, perché la recente esperienza dell’emergenza-Genova è un precedente importante che ci dice che, se si vuole, si può fare.

Aprire subito i cantieri, per sistemare il nostro patrimonio infrastrutturale ed edilizio (autostrade e gallerie, ponti e viadotti, mettere in sicurezza edifici pubblici e aree a rischio idrogeologico), che cade letteralmente a pezzi: è questione talmente evidente da risultare banale; eppure assente dal dibattito di questi giorni. Pur tuttavia, questa resta la vera sfida per la Politica, se vuole tornare ad essere utile e, perciò, credibile.

Non occorrono permessi, né dall’Europa, né dai mercati (cioè, coloro che finanziano il nostro debito). Anzi, realizzando le opere, oltre ad un immediato effetto antirecessivo, si renderebbe il Paese assai più competitivo e più credibile verso l’una e, soprattutto, verso gli altri.

Infine, a scanso di equivoci, se qualcuno dovesse pensare che queste cose esulano dal campo di interesse dei Trasportatori, è rimasto trent’anni indietro.

Claudio Donati

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