– Editoriale –

Burocrazia: figlia viziata della politica

Burocrazia: figlia viziata della politica

Roma, 12 maggio 2020

La fase2 sta avvenendo all’insegna di preoccupazioni crescenti, perché i provvedimenti destinati a fronteggiare la mancanza di liquidità si stanno dimostrando deboli e tardivi, con il rischio di risultare poco utili a chi ne ha bisogno. Analogamente deve dirsi a proposito della cassa integrazione guadagni, dove gli unici soldi arrivati ai dipendenti sono finora quelli anticipati dai loro datori di lavoro.

La sfida contro la burocrazia, ancora una volta, vede uscire vincente quest’ultima che, in barba ai drammatici problemi di persone e imprese, facendosi beffa delle prescrizioni della Politica (di cui, peraltro, è la figlia viziata), si conferma essere il vero motore del sentimento antistatalista che serpeggia nella nostra società; un sentimento destinato, dopo questi fatti, a crescere ulteriormente.

Siamo in attesa del nuovo decreto (quello che doveva chiamarsi “aprile” e che forse si chiamerà “rilancio”), in cui dovrebbero essere contenute anche alcune delle misure chieste dall’Autotrasporto al Governo. Onestamente, abbiamo molti più dubbi di qualche settimana fa sull’efficacia dell’azione complessiva dello Stato per contrastare la crisi economica innestata dal coronavirus. Per una ragione, sopra le altre: perché gli interventi rischiano di arrivare fuori tempo massimo, specie per le imprese più deboli.

Abbiamo avuto la conferma, in queste settimane, che la burocrazia non è solo l’oscuro impiegato ministeriale che per una virgola blocca la vita di migliaia di persone. Burocrazia è anche il sistema bancario che, nonostante possa dare prestiti con la garanzia dello Stato, frena, inceppa, ritarda, scoraggia; burocrazia sono le compagnie di assicurazione che contrabbandano per solidarietà lo sconto promozionale alla clientela; burocrazia sono i gestori della rete autostradale italiana che, dopo essere stati toccati dalla grazia della dea Politica, adesso se ne stanno alla finestra a guardare i guai degli altri.

Burocratica, infine, si sta rivelando l’azione complessiva del Governo, che avrebbe potuto e dovuto scegliere l’intervento diretto dello Stato, ad esempio abbattendo tasse e contributi a carico delle imprese; una strada che, alla luce dei fatti, sarebbe risultata assai più produttiva, per creare liquidità. Ora, sembra che nel nuovo decreto qualcosa del genere verrà finalmente fatto.

Aspettando di vedere il testo, si prova comunque rabbia nel ritrovarci contorniati da tanti convitati di pietra; tutti furbi, ma forse non altrettanto intelligenti, perché, se guardassero oltre il proprio naso, non dovrebbe essere difficile, neanche per loro, capire che la vacca che dà loro il latte (cioè i loro clienti, imprese e famiglie) non va lasciata morire.

Allora, che fare? Si deve, prima di tutto, chiamare le cose con il proprio nome. Ci aspettavamo di più e di meglio da questo Governo di quanto non abbiamo finora visto. Soprattutto, la situazione è tale per cui non basta fermarsi all’apprezzamento per quello che si è tentato di fare (la così detta volontà politica). Quello che conta è quello che, in concreto, è stato fatto. E il bilancio, sotto questo aspetto, è misero: dopo oltre un mese dal varo della manovra “liquidità”, dei 400 miliardi di euro sbandierati risultano erogati meno che briciole.

In questi casi, si chiede il fatidico cambio di passo. Penso che dovrebbe essere il Governo stesso a pretenderlo per sé stesso prima di tutto. È sotto gli occhi di tutti come la mancata tempestività degli interventi di sostegno al sistema-Italia rischia di essere, non solo inefficace come antidoto alla crisi economica di migliaia di piccole imprese ma, addirittura, un inutile ulteriore aggravio per i debiti dello Stato. Soldi buttati dalla finestra, si potrebbe dire, per di più, da parte di uno (lo Stato italiano) che se la passava male già prima del coronavirus. Questo è il vero rischio di interventi destinati per l’emergenza, se vengono erogati troppo tardi.

Per tirare un giudizio definitivo aspettiamo di leggere quest’ultimo decreto in arrivo.

Poi, però, si dovranno tirare le somme dell’intera vicenda, senza posizioni pregiudiziali, ma anche senza sconti. Abbiamo il diritto (e anche il dovere) di capire se, al di là delle belle parole, ci sia stato un riconoscimento reale dei sacrifici sostenuti dai Trasportatori.

Lo dobbiamo fare per il rispetto che i nostri imprenditori meritano, condizione, a sua volta, per continuare a meritare la loro fiducia.

Claudio Donati

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