– Editoriale –

Autotrasporto: che cosa è diventato questo mestiere

Autotrasporto: che cosa è diventato questo mestiere

Essendo appena arrivata la convocazione, da parte della Viceministra Sen. Teresa Bellanova, delle Associazioni degli autotrasportatori per il 24 p.v., dando per scontato di trovare la nuova interlocutrice sufficientemente edotta sulla materia di cui è chiamata ad occuparsi, una volta tanto, sarebbe salutare per le Associazioni avere chiare le priorità da mettere sul tavolo.

Concentriamoci sul perché il mestiere del trasportatore sia oggi caduto così in basso, mentre una volta veniva considerato una attività imprenditoriale più che dignitosa.

Se chiediamo ai diretti interessanti il perché di questo scadimento economico e sociale, quasi tutti i trasportatori “veri” risponderanno alla stessa maniera: il problema dei problemi si chiama prezzo del trasporto, ormai indecentemente al di sotto dei costi aziendali, su cui non si riesce minimamente ad intervenire nel rapporto con i propri clienti. Basterebbe confrontare i costi minimi pubblicati dal Ministero (1,3 euro/km), con i prezzi di mercato (attorno e spesso al di sotto di 1 euro/km), per rendersene conto.

Le ragioni di questo disastro sono molteplici e troppo tempo occorrerebbe solo per elencarle. Ma una cosa è chiara e immediatamente fattibile: trasformare i Costi Minimi di riferimento, pubblicati a novembre scorso dal Ministero, in uno strumento tecnicamente utilizzabile, sia dai Trasportatori che dai Committenti, per garantire la sicurezza di questa attività.

Non ho dubbi che questa sia la prima cosa da chiedere alla Viceministra. Un passo certamente non esaustivo, ma un primo passo concreto verso quelle regole, senza le quali questo settore rischia di sparire come realtà imprenditoriale.

La liberalizzazione degli ultimi decenni ha prodotto danni profondi su cui, mi pare, solo di recente la politica ha mostrato qualche accenno di autocritica, dopo aver consentito, troppo a lungo, la crescita di squilibri e la creazione di una nuova gerarchia economica che ha messo sempre più nell’angolo larga parte del sistema imprenditoriale italiano, basato su Piccole e Medie Imprese.

Nel nostro settore, in particolare, la mancanza di regole ha favorito la crescita di pochi, grandi padroni del gioco, che decidono il prezzo del trasporto: dalla grande distribuzione, alla farmaceutica, al collettame, ai rifiuti, ai container, etc.

Tutto ciò ha favorito – per chi ha potuto – la scelta dell’intermediazione che, ovviamente, è assai più conveniente rispetto al rischio di investire in camion, personale, attrezzature e quant’altro. Ma, si tratta di una scelta riservata a pochi, perché necessita che la maggior parte continui a viaggiare sui camion.

Si è andato così consolidando un nuovo un mercato di “semi-schiavi”, basato sullo sfruttamento delle imprese più deboli, sempre più numerose, con pochissimi big a dettare le regole. Anzi, la regola: quella del prezzo più basso. Generatrice, spesso, di effetti perversi all’interno delle stesse realtà aziendali, con irregolarità di vario genere – a partire dal trattamento del personale – per far quadrare i conti.

Mi chiedo come si possa pensare seriamente che imprese in questa situazione possano avere una prospettiva (investire, innovare, affrontare le sfide del nuovo scenario post covid).

Se quanto detto fosse vero anche solo al 50%, sarebbe comunque un fatto di gravità enorme. Figuriamoci, se la percentuale fosse maggiore come, purtroppo, credo.

Dunque, la scelta da fare è se vogliamo continuare con i pannicelli caldi, magari limitandoci ad assistere imprese sull’orlo del baratro (con la scusa che il mercato, come Associazioni, non ci riguarda), oppure prendere il toro per le corna, e porre la questione delle regole, per incominciare a sfoltire la giungla che, nel frattempo, ci è cresciuta intorno.

Superfluo aggiungere che, per noi, la prima opzione non esiste. E speriamo anche, strada facendo, di trovare compagnia.

Claudio Donati

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