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– Editoriale –

Dal Caro-gasolio alla riforma dell’Autotrasporto

Dal Caro-gasolio alla riforma dell’Autotrasporto

Roma, 27 Maggio 2026

Dopo aver detto dell’importanza dell’incontro del 22 maggio u.s., in cui il Capo del Governo ha ricevuto tutte le Associazioni dell’Autotrasporto – il vero risultato politico di questa vicenda -, vorrei fare qualche considerazione sull’avvenuto, in vista del da farsi nel restante scorcio di legislatura.

Le risorse recuperate, insieme agli altri provvedimenti per mitigare temporaneamente la tensione finanziaria, sono un dato reale, che dimostra, da un lato, uno sforzo politico effettivo ma, nello stesso tempo, rappresenta anche, il limite di manovra oggettivo, per questo (come per qualunque altro) Governo, di fronte al rischio di compromettere la credibilità economico-finanziaria del Paese.

Secondo dato: lo shock energetico, che ha portato in meno di due mesi un litro di gasolio da 1,7 euro a 2,10 (sarebbero stati 2,30 senza il taglio generalizzato di 20 centesimi delle accise da parte dello Stato), non poteva – e non può – essere sostenuto esclusivamente dai trasportatori, ma neppure interamente dallo Stato. Una parte cospicua avrebbe dovuto (deve) essere assorbita dal mercato, cioè dalla committenza. Qui, è mancata, da parte delle associazioni dell’autotrasporto, la volontà di coinvolgere le controparti imprenditoriali nella presa in carico dell’enorme difficoltà rappresentata dal caro-gasolio. Ci sono stati anche comportamenti responsabili; però, sono prevalse le “furbate”, fino alla speculazione, con aumenti dei prezzi – degli alimentari, in particolare – ingiustificati, se motivati, come da martellamento mediatico, dal rincaro del costo del trasporto.

Inoltre, è stato rimosso il problema degli effetti diversificati del caro-gasolio all’interno della categoria, particolarmente devastanti per i sub-vettori, sintetizzabili nello schema seguente: incrementi tariffari riconosciuti dal committente al primo vettore che, a sua volta, si guarda bene dal riconoscerli al proprio sub-vettore e, di male in peggio, scendendo gli ulteriori gradini della scala. Con il risultato che chi effettua il trasporto – e, quindi, ha subìto il carogasolio – non ha ottenuto un euro di aumento della tariffa, rimasto nelle tasche di chi, di quel trasporto, risulta il titolare, pur non avendolo effettuato.

La dinamica descritta ci dice molto sulla vera natura della crisi dell’Autotrasporto, che è indipendente dal caro-gasolio. Il quale, semmai, ha fatto da detonatore al malessere profondo che cova nel settore da anni, alimentato da difficoltà economiche, da mortificazioni, da frustrazioni di fronte all’impotenza per i soprusi subiti quotidianamente (dalle soste non pagate, alle tariffe indecenti, ai tanti “extra-costi” per oliare i meccanismi della logistica, e via di questo passo). È uno stato d’animo che pervade la gran parte dei trasportatori.

Fa eccezione la nicchia di poche decine di “grandi” Imprese che ha in mano il mercato del trasporto – e che guadagna proprio vendendolo ai sub-vettori che fanno i ribassi migliori–, che continua a restare “intoccabile”. Questa divaricazione, mai così estrema, è un tema che non può essere più eluso.

Tutto questo spiega, tra l’altro, lo scarso appeal di un fermo proclamato per obiettivi, meno che tiepidi, di fronte alla profondità dei problemi del settore.

Ma – e, questo è il dato nuovo emerso- nell’incontro a Palazzo Chigi, è stata condivisa l’esigenza, non più rinviabile, di affrontare alle radici la crisi del settore, con l’obiettivo di ridare a questo mestiere la dignità di un’attività imprenditoriale degna di questo nome, in cui chi investe e lavora con capacità deve vedersi riconosciuto un reddito. Occorre ridisegnare il quadro giuridico entro cui questo mestiere deve essere esercitato. Insomma, ridefinire un mercato, che non sfori il perimetro della sicurezza e della legalità e che premi chi investe, piuttosto che le rendite, come oggi avviene.

È stato proposto di ricostituire la Consulta per la logistica e l’autotrasporto. Pur non nutrendo alcun pregiudizio, dovremmo avere maggiori informazioni sui tempi necessari per la sua riattivazione e, forse, c’è anche la necessità di un aggiornamento, sotto il profilo delle funzioni, di un organismo pensato più di venti anni fa, per un mondo che semplicemente non c’è più. Infine, non ultima, c’è la questione del suo ruolo rispetto a quello dell’Albo degli Autotrasportatori.

Comunque, se si vogliono fare le cose sul serio, come è stato detto nell’incontro con il Governo, occorre partire dagli argomenti da affrontare (sotto tariffazione, sub-vezione selvaggia e incontrollata, etc.) e aprire una sede di confronto. Che si chiami Consulta o altro è secondario, perché sappiamo benissimo che il conflitto di interessi è, principalmente, all’ interno della categoria stessa. E, non risiede tanto nella differenza tra grandi e piccoli trasportatori, quanto sul fatto che la relazione committente-vettore avviene tra soggetti che, formalmente, risultano essere entrambi trasportatori.

C’è una contraddizione enorme che riguarda quelle figure che, come trasportatori, dovrebbero essere interessate, ad esempio, all’ottenimento di una tariffa dignitosa ma, in quanto committenti, hanno un interesse esattamente opposto. Dopodiché, è facile capire perché la categoria non è unita.

Se ci sarà il coraggio (finora mancato) di affrontare questa enorme contraddizione, ricercando le soluzioni più adeguate, allora si sarà fatto veramente un passo in avanti notevole, non solo per i trasportatori, ma per l’intero sistema della logistica.

Diversamente, anche l’incontro con il Primo Ministro, che è avvenuto dopo trenta anni dal precedente, potrebbe essere ricordato come l’ennesima “storica” occasione mancata.

Claudio Donati

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