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– Editoriale –

No ad iniziative scollegate e sconnesse

No ad iniziative scollegate e sconnesse

Roma, 17 Aprile 2026

La lunga e drammatica crisi energetica per noi significa essenzialmente prezzo del gasolio in aumento quasi quotidiano.

Molte, scollegate e, talvolta, sconnesse sono le iniziative che segnalano un malessere crescente. Dal fermo, appena rientrato, dei porti in Sicilia, al fermo nazionale proclamato da Trasportounito, ma bocciato dalla Commissione di Garanzia, alla proclamazione di un altro fermo da parte di Unatras, probabilmente, per la seconda metà di maggio. Sempre che in corso d’opera non se ne aggiunga qualche altro, tanto per aumentare la confusione.

L’immagine della rappresentanza di questa nostra categoria non ne esce bene, complessivamente non all’altezza dello tzunami del caro-gasolio.

Se l’argomento è “le imprese sono costrette a fermarsi, perché non ce la fanno più”, come tutti dicono, non si vede quale sia il ruolo delle associazioni. Per fermarsi, le imprese non hanno bisogno di lasciapassare.

L’associazione dovrebbe servire ad aiutare le imprese a fronteggiare questa situazione, individuando obiettivi e strumenti idonei.

La metterei così. Fermo restando che la soluzione della crisi dipende esclusivamente dalla fine della guerra degli USA e Israele contro l’Iran, noi dobbiamo cercare le strade più idonee a rendere gestibile questa crisi. Quindi, prima cosa, il carico dei maggiori costi dovuti al gasolio non può essere assorbito dal solo autotrasporto.

Di una parte può – e, deve – farsene carico lo Stato. Ma un’altra, assai più consistente, deve essere assorbita dal mercato, cioè, da nostri committenti, tra i quali numerosi sono i cosiddetti “primi vettori”.

Quindi, non è accettabile il comportamento tenuto dal Governo nei confronti dell’autotrasporto professionale. Lo diciamo con la serenità di chi non affatto brindato al decreto taglia-accise, diversamente da altri che solo da poco si è reso conto della fregatura che ha preso l’autotrasportatore.

Tuttavia, riteniamo che l’insufficienza dello stanziamento per finanziare il credito d’imposta non sia una motivazione plausibile per giustificare un fermo nazionale del trasporto. Se mettiamo a confronto i 2 cento milioni mancanti con il miliardo di euro che costerebbe ai trasportatori una settimana di fermo, si capisce subito che il gioco non vale la candela. Senza contare i danni per il resto del paese.

D’altra parte, non si fa parola di come affrontare la committenza, a causa degli imbarazzi di alcuni per la committenza di casa loro.

Eppure, motivi per proclamare un fermo nazionale ci sarebbero. Basterebbe la constatazione della fragilità strutturale del settore, antecedente e indipendente dal caro-gasolio. Come non capire che bisogna superare l’attuale sistema giuridico, fatto di norme inapplicate e inapplicabili. Come non guardare alla strada intrapresa da altri paesi europei (Spagna e Francia in primis). Mi riferisco all’obbligo del contratto scritto, all’obbligo della scheda di trasporto in versione “digitale”, all’obbligo di criteri trasparenti nella costruzione della tariffa di trasporto, all’obbligo di rispettare una certa proporzionalità tra fatturato e numero di veicoli/addetti.

In presenza di questi obiettivi, noi saremmo ben disposti ad aprire alla protesta, anche tramite un fermo nazionale unitario. Ma, chi proclama o minaccia fermi oggi, non appare affatto interessato. E, sembra proprio che si proclami il fermo nazionale per… non farlo!

Si alza la posta per forzare la mano al governo per ottenere un po’ di risorse in più. A quel punto, missione compiuta, e i trasportatori, riceveranno – tra qualche mese – qualche sussidio compensativo. Ovviamente, insieme agli stessi problemi che da anni ne impediscono, non solo la crescita, ma ormai anche la sopravvivenza.

Potrei sbagliare, ma i precedenti rappresentano indizi abbastanza solidi.

Claudio Donati

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